Pio VII prigioniero a Savona 11.

Il Papa è ormai in viaggio verso la Francia ma non bisogna dare occasione a pericolosi malumori in Savona, dove la gente si è affezionata al Pontefice e male accoglierebbe la notizia del suo trasferimento forzato in Francia.
Occorre organizzare una messa in scena che serva, per lo meno, a prendere tempo; a lasciare che il prigioniero sia significativamente lontano da Savona e quindi a smorzare, il più possibile, qualunque tentativo di rivolta o disordine contro l’autorità francese.
Occorre “fare teatro”.
Pertanto, allo scopo di nascondere al popolo il trasferimento del Pontefice, per alcuni giorni si continua il cambio della guardia al portone del vescovado ed il prefetto Chabrol continua a recarsi ogni mattina a palazzo, in alta uniforme, come per fare la consueta visita al Papa.
Si continua a fare le provviste per il palazzo, si prepara il pranzo come prima e si accendono persino le candele all’ora consueta della Messa.
Completa la scena un valletto che ogni mattina, come era solito fare, va alla sacrestia del duomo per procurarsi le ostie, come se il Papa continuasse a celebrare ed ascoltare la Messa.
Dopo alcuni giorni la sceneggiata viene smascherata e la gente apprende che il Papa non è più a Savona: è stato trascinato in Francia, a Fontainebleau.

Tutte queste notizie ci sono fornite dai fratelli Martinengo (Preti della Missione) nel loro libro “Pio VII in Savona”.

Pio VII prigioniero a Savona 10.

Viene il momento culminante della fortuna napoleonica, l’anno della più temeraria impresa: la spedizione di Russia.
In procinto di partire per la grande impresa, Napoleone ritiene che Savona non sia più luogo sufficientemente sicuro per la prigionia del Papa: teme un colpo di sorpresa della flotta britannica che possa liberare il Papa.
Inoltre vuole tentare di esercitare su di lui un’azione di maggiore efficacia portandolo più vicino al centro dell’impero.
Così dà ordine di trasferire il Papa a Fontainebleau.
La notte tra il 9 ed il 10 giugno 1812, sul far della sera, il prefetto Chabrol e il comandante Lagorse si presentano a Sua Santità e gli intimano l’ordine di partire quella stessa notte per la Francia.
Gli viene tolta la croce pettorale e la veste bianca e gli si fa indossare una veste nera preparata apposta. Alle scarpe e al cappello non si era pensato.
Perciò si manda a prendere un cappello dal cappellaio Sambolino, imponendogli di aprire di notte la sua bottega.
Quanto alle scarpe, non facili a trovarsi lì per lì adatte al piede del Papa, gli si tolgono le pantofole di raso bianco con la croce ricamata in oro; la croce è strappata via, il raso inzuppato d’inchiostro e, senza aspettare che asciughi, le si fanno indossare nuovamente al Papa.
Sta suonando la mezzanotte.
Il Papa, così travestito, viene fatto scendere in strada in gran silenzio per una porta secondaria.
Lo attende una carrozza coi fari spenti, le ruote fasciate di stracci e i cavalli senza ferri agli zoccoli, per fare il minore rumore possibile.
Alcune guardie sono appostate in strada.
Il Papa è fatto salire in carrozza insieme al dottor Porta (da tempo, ormai, confidente dei francesi); il Lagorse chiude a chiave la carrozza che, a passo lento, esce per porta San Giovanni. Poi via di corsa sulla via del Piemonte.

Pio VII prigioniero a Savona 9.

E’ iniziato un periodo molto duro della prigionia savonese del papa.
Si susseguono in maniera sempre più frequente ed invasiva operazioni vessatorie (perquisizioni e minacce) che restringono sempre più l’ambito di libertà di azione e di vita di Pio VII, mettendo a dura prova la sua serenità psicologica.
Riportiamo ancora una testimonianza dei fratelli Martinengo.

29 gennaio 1811.
Alle 8 di sera si presentarono al palazzo del Papa due ufficiali di gendarmeria, chiamarono Monsignor Doria, il cappellano Soglia, il chirurgo Ceccarini, il primo cameriere e il palafreniere Bertani; li scortarono al piano terra, dove li aspettavano i gendarmi.
Mons. Doria fu condotto dal generale Puget, che gli notificò l’ordine di partire subito per Napoli. La carrozza era pronta, pronto il gendarme di scorta, pronto il postiglione, e, senza indugio, partirono.
Gli altri quattro furono messi in due vetture e scortati a Fenestrelle con tale velocità che, partiti la notte del 29 Gennaio da Savona, il 2 febbraio erano già rinchiusi nel forte, ove rimasero due anni.
Così il Papa restò col solo medico Porta, il cuoco e lo spazzino.
I particolari di ciò che il Papa fece e soffrì dal febbraio 1811 fino al febbraio 1813, quando fu trasportato a Fontainebleau, non ci sono noti.
Quel che è certo é che, tra tante sofferenze fisiche e morali, il Santo Padre fu sempre di una mansuetudine e di una pazienza veramente ammirevoli.

Per la storia di Savona e della Chiesa Cattolica il 1811 è un anno che si segnala per un fatto che si contrappone, per sua natura, alla dura esperienza che il Papa sta vivendo.
Ad Albissola nasce Benedetta Rossello, che sarà la fondatrice di un istituto religioso femminile (Le Figlie della Misericordia) e che sarà proclamata Santa con il nome di Maria Giuseppa nel 1949.

Pio VII prigioniero a Savona 8.

Dopo la perquisizione della notte dell’8 Gennaio 1811, il giorno 10 il prefetto Chabrol si presenta al Papa con un messaggio proveniente da Napoleone. Seguiamo il racconto dell’episodio secondo la testimonianza dei fratelli Martinengo (“Pio VII in Savona”).

Il giorno dopo il Prefetto, recatosi in grand’uniforme dal Papa, gli presentò una lettera (avuta certamente dal principe Borghese e scritta forse dallo stesso Napoleone), intimandogli di leggerla e dargli subito una risposta.
Il Santo Padre lesse lentamente e rimase pensieroso; ma poiché il Prefetto insisteva per avere la risposta, si alzò dal suo seggio, andò a deporre la lettera sull’inginocchiatoio ai piedi del Crocifisso e, additandolo con gesto maestoso al Prefetto, disse: “La risposta la darà Lui a suo tempo”.
Il Prefetto se ne andò, e giunto nell’anticamera, alzando la voce, rivolto ai famigliari del Papa, gendarmi ed impiegati che ivi si trovavano, intimò: “Ordine espresso dell’Imperatore. Sia noto a tutti che il Papa non è più sovrano, ne si potrà più trattarlo come tale. Tutta la sua famiglia è da questo momento agli arresti”.

L’indomani, dopo pranzo, mentre Sua Santità passeggiava in giardino, un ufficiale di gendarmeria col sotto-prefetto di Porto Maurizio, un certo Gandolfo, e i loro uomini, si fecero aprire l’appartamento del Papa e si diedero a frugare negli armadi e nei cassetti dello scrittoio, nella camera, nell’ufficio, tirando fuori e sparpagliando ogni cosa, cercando nelle tasche delle sottane e dei pantaloni, perfino dentro le scarpe e le pantofole.

Terminata la visita, si portarono via tutte le carte trovate, tutti i libri del Papa, perfino un piccolo libro di preghiere alla Madonna, lasciando solo il Breviario, dopo averlo sfogliato con cura.

L’esito della perquisizione è negativo.
Dalla relazione di polizia inviata a Parigi risulta che tra i famigliari del Papa nessuno è stato trovato essere un sobillatore.
A partire dal giorno 11 vengono rimossi tutti i simboli della dignità pontificia.
Viene disfatto il trono, tolti dal duomo tutti gli apparati predisposti per il Papa e tolto lo stemma papale dalla tribuna interna e dalla loggia che si affaccia sulla piazza. Viene privato perfino della penna e dell’inchiostro, dei libri e dell’anello del pescatore (l’anello del Papa).

Pio VII prigioniero a Savona 7.

La prigionia di Pio VII a Savona conosce diversità di trattamenti a seconda dell’evolversi della situazione politica dell’Impero napoleonico e delle pretese dell’imperatore stesso.
In un primo tempo si era cercato di prendere il Papa con le buone ma venne il momento di restringere ulteriormente la sua libertà e di ridurre al nulla le comodità della vita domestica.
Si effettuano perquisizioni negli appartamenti papali e anche dei suoi famigliari. Il sospetto che il papa mantenga contatti con Roma è molto forte e la cosa non può essere tollerata.
Napoleone sa benissimo che il papa può essere “manipolato” in modo efficace solo se viene tenuto assolutamente distante dai suoi Cardinali.
Pio VII, dal canto suo, anche per propria indole personale, ha sempre avuto come criterio operativo per le sue scelte di governo un confronto vivace con i suoi più stretti collaboratori e consiglieri.

Gennaio 1811.
Nel cuore della notte dall’8 al 9, il Prefetto col suo segretario Bompart e alcuni gendarmi mandati apposta da Parigi, si presentarono negli appartamenti del Papa, e cercarono Bartolomeo, domestico di monsignor Doria; gli ordinarono di svegliare Monsignore suo padrone e lo seguirono nella camera del medesimo, dove si impadronirono di tutte le carte, frugando dappertutto.
Tutto ciò che trovarono lo insaccarono, lo sigillarono, vi apposero il nome di Mons. Doria.
Poi perquisirono e saccheggiarono allo stesso modo le camere dei famigliari e domestici del Papa, del cappellano, del chirurgo, del primo cameriere, perfino del cuoco e del palafreniere; mentre altri gendarmi ed impiegati della Polizia e della Prefettura facevano altrettanto nel palazzo Mari, ove abitava il Vescovo di Savona.
L’indomani, il giorno 9, il Prefetto col suo segretario, portò a Genova al principe Borghese le carte sequestrate, sacchi e sacchetti, ciascuno segnato col nome di chi erano le carte, e tornarono la sera.
Durante tutto il giorno non fu concesso ad alcuno entrare o uscire dal palazzo del Papa.

Pio VII prigioniero a Savona 6.

Pio VII tenta in ogni modo di comunicare con l’esterno, anche se è molto difficile evadere il severo controllo della censura di palazzo.
Gli è però possibile grazie alla complicità di alcune persone, anche molto semplici che, a rischio di essere arrestate, si prestano ad essere portatori di messaggi del papa e per il papa.
Si può ricordare un certo Francesco Falco, un ortolano, che nasconde lettere e dispacci tra i cavoli che porta al Papa; o un certo Francesco Galleano, capomastro muratore, che usa come nascondiglio la doppia suola delle sue scarpe.
C’è anche una donna, una certa Paola Olivieri, detta la Sassellina, addetta ai servizi di camera del Papa: è abilissima nel nascondere i messaggi nel volume dei propri capelli o nel cucirli nella fascetta del busto per poi nasconderli tra le lenzuola del letto papale.
Viene però sospettata e un giorno è fermata alla porta, spogliata in camicia e perquisita; ma le carte non vengono trovate.
Con questi sotterfugi il Papa riesce a comunicare a chi di dovere cosa pensa delle nomine dei vescovi.
Purtroppo un messaggio diretto al Cardinale Maury viene intercettato dalla polizia e ciò manda su tutte le furie il Bonaparte che inizia a tempestare di ordini il prefetto Chabrol.

Si persuada il prefetto della malafede di un Papa che sotto il pretesto della carità suscita di soppiatto la discordia e fomenta la ribellione. Si assicuri del direttore delle poste e impedisca ogni commercio di lettere e per maggior sicurezza mi mandi il vescovo di Savona a Parigi.
E’ inutile che il Papa scriva lettere; meno ne scriverà, meglio per lui.
Smetta il prefetto le buone maniere e le dolci parole; non ne dica alcuna che possa far credere al Papa ch’io desideri una conciliazione; gli dica che dopo la bolla di scomunica e il suo modo di agire con me, prima a Roma e poi a Savona, io devo aspettarmi di tutto da lui e poco m’importa di quel ch’egli può fare contro di me”.

Pio VII prigioniero a Savona 5.

Al vertice di tutti coloro che sono in qualche maniera impegnati nella sorveglianza del papa, capace di abbinare tatto ed astuzia proprie della più raffinata diplomazia, c’è il prefetto del Distretto di Montenotte, Gilbert Joseph Gaspard conte di Chabrol de Volvic.
Ogni giorno il Papa riceve la sua visita.
Sempre rispettoso, sempre cavalleresco, ogni giorno chiede al papa notizie della sua salute e gli porge da leggere il Moniteur de Paris dove sono pubblicate le notizie dell’Impero, debitamente rivedute e corrette dal ministro di polizia e talvolta dallo stesso Imperatore.
Il Papa risponde cortese, chiedendo a sua volta notizie della famiglia imperiale e sempre sperando di trovare notizie di pace.

Le preoccupazioni del Papa crescono quando viene informato che un senatusconsulto del 17 febbraio 1810 aveva dichiarato estinto il potere temporale dei Papi, stabilendo che il principe ereditario avrebbe ricevuto il titolo di re di Roma.
Il Papa avrebbe avuto un palazzo a Roma e uno a Parigi, una “lista civile” (uno stipendio) di due milioni di franchi l’anno e alla sua elezione avrebbe dovuto giurare di non far nulla contro le quattro proposizioni gallicane che, in pratica, lo avrebbero messo alla mercé dell’imperatore.
Le proposizioni gallicane, approvate il 19 marzo 1682 dall’assemblea dei vescovi di Francia, asserivano l’assoluta indipendenza dei sovrani dalla potestà della Chiesa; l’inferiorità del Papa rispetto al Concilio; la sottomissione delle sue decisioni alla volontà della Chiesa; la limitazione dei suoi poteri di fronte alle regole e consuetudini della Chiesa gallicana.
Naturalmente Chabrol ha il compito di logorare le resistenze del Papa di fronte alle pretese napoleoniche e ogni giorno trasmette a Parigi il rendiconto dei suoi colloqui col Pontefice.
Il Papa, dal canto suo, rimane fermo sulle sue posizioni.
In effetti il Papa ha in mano un’arma per contrastare le pretese di Napoleone.
Costui, in base al concordato e a vecchi privilegi della monarchia francese, ha la facoltà di nominare i vescovi ma essi non possono esercitare i loro poteri finché non abbiano ricevuto dal Papa l’istituzione canonica.
Ridotto in prigionia, privo di comunicazioni con l’esterno e senza i suoi consiglieri, il Papa rifiuta di concedere l’istituzione e le diocesi rimangono vacanti.

Pio VII prigioniero a Savona 4.

Pugno di ferro in guanto di velluto” potrebbe essere l’immagine più efficace per descrivere il tipo di vigilanza che si esercita sul papa da parte dell’autorità francese.
Il regime di controllo è veramente severo, oculato e astuto.
Il papa percepisce chiaramente e in modo sempre più pesante questa pressione e, ad un certo punto, rivolge al prefetto Chabrol una ferma protesta.
Ecco cosa ci viene riferito dall’abate Hannon.

Il Papa fece avvertire il Prefetto e suoi impiegati, ed egli stesso gli ripeté più volte, che le lettere e i plichi che gli si davano aperti gli erano indirizzati come a Capo della Chiesa, circa affari spirituali e di coscienza; pertanto per nessuna ragione al mondo poteva permettere ad alcuno di aprirli e di leggerli, senza incorrere nella pena di scomunica.
Di questi ammonimenti non si tenne conto alcuno, e i plichi continuarono ad arrivargli senza sigilli come prima.
Il Prefetto Chabrol ebbe l’astuzia di stabilire un segretariato col titolo di Cancelleria Apostolica, e d’annunziarlo a tutta Europa sul Moniteur, insinuando che ciò si facesse d’accordo e col consenso del Santo Padre.
Molti, ingannati da questo annunzio, credettero libera la corrispondenza del Papa colla Chiesa; e così Napoleone e i suoi ministri vennero facilmente a conoscenza di preti, vescovi e anche semplici secolari che corrispondevano col Capo della Chiesa, i quali più volte ebbero a subirne conseguenze.
Il difficile per il prefetto Chabrol, nell’istituzione di questa pretesa Cancelleria Apostolica, fu trovare un capo ecclesiastico che convenisse a tale ufficio.
Essendosi rifiutati a questa carica tutti i preti di Savona, fu costretto a rivolgersi a un personaggio losco e meschino: un certo Lodi, canonico della cattedrale, screditato ed aborrito da tutti, già caldo fautore della Repubblica, poi aiutante principale del saccheggio che fu dato alle chiese.

Pio VII prigioniero a Savona 3.

Intorno al papa prigioniero si alternano personalità molto interessanti appartenenti alle più alte e prestigiose gerarchie militari e diplomatiche francesi.
Tra queste va segnalato il generale Louis Alexandre Berthier, l’ufficiale più alto in grado con compiti di custodia del Papa.
Egli organizza pranzi sontuosi, balli frequenti e magnifici, per dare rilievo (dice) alla sua carica e far onore al Santo Padre al quale, però, queste feste sono sgradite, tanto più che si fanno a spese della sua casa.
Bisogna però dire che il generale, per tutto il tempo che è a Savona, non trascura alcun tipo di riguardo al Papa e a tutto il suo seguito.
Appena giunto a Savona, sopprime i biglietti d’ingresso, cosicché tutti possono assistere alla Messa papale.
I pellegrini e i popolani non preoccupano i Francesi: l’importante è che il Papa non abbia contatti con i suoi Cardinali e con la Gerarchia Ecclesiastica a lui fedele.
Comunque i gendarmi e le altre spie rimangono a sorvegliare.
Ogni settimana il generale Berthier fa tre o quattro visite al Santo Padre; lo esorta ad uscire, a prendere un po’ d’aria, a passeggiare per la bella riviera; ma il Papa rifiuta, rispondendo che non è opportuno che il Pastore si dedichi a passatempi e passeggiate di piacere mentre le pecorelle sono in lutto.
Fin da subito comunque, le buone maniere non escludono il controllo severo di ogni corrispondenza destinata al Papa o da lui proveniente. E’ indispensabile che il Papa sia tagliato fuori da ogni possibilità di comunicazione; deve restare isolato, impossibilitato ad esercitare la sua autorità morale, religiosa e politica.
A un certo momento il generale Berthier viene richiamato a Parigi e viene sostituito dal generale Puget. Quest’ultimo, con sua moglie, ha una grande venerazione per il Santo Padre ed usa verso di lui un riguardo veramente particolare.
Ma i toni pacati delle gerarchie militari più alte e della Diplomazia sono sempre accompagnati da severa attenzione e sottile acume per valutare ogni minima mossa del Prigioniero.

Pio VII prigioniero a Savona 2.

La prigionia di Pio VII in Savona conosce vari momenti e vari aspetti: da una condizione meno opprimente, ad una decisamente pesante e mortificante, senza alcun riguardo per la dignità dell’uomo e del suo ruolo.
Sono preziosissime a riguardo le testimonianze che l’abate Hannon ha raccolto dai famigliari del Papa. Ricordiamo che l’abate Hannon fu superiore dei Sacerdoti della Missione (o Lazzaristi) a Parigi e condivise a Fenestrelle la prigionia dei famigliari di Pio VII, apprendendo da essi molte informazioni sulla vicenda del papa.
Ecco dunque la sua testimonianza.

Nessuno poteva entrare nel palazzo del Papa senza biglietto della Prefettura; nessuno presentarglisi, fuorché alla presenza del Prefetto o del colonnello Thouvenot.
Due cardinali Doria, venuti da Genova per ossequiare il Pontefice, aspettarono più giorni nel Collegio della Missione, e nulla ottennero, fuorché trattenersi pochi minuti nell’anticamera col loro nipote monsignor Doria, e ciò alla presenza del colonnello Thouvenot.
Molti pellegrini presentavano al Papa memoriali e suppliche, ma colonnello e gendarmi vegliavano oculatamente, perché non fosse dato al Papa alcun plico che prima non fosse passato alla censura.
I supplicanti dovevano prima presentare le loro suppliche al commissario di polizia Alfonso Muzio, il quale le leggeva attentamente, interrogava minuziosamente i supplicanti, e spesso rifiutava il lascia passare.
Chi avesse presentata al Papa una supplica senza il visto del commissario, veniva arrestato appena uscito dalla sala, condotto al corpo di guardia, alla Prefettura, interrogato, esaminato, perquisito e spesso cacciato in prigione.
Durante i 18 mesi, che fu permesso l’accesso al Papa, si contarono più di cento persone che ebbero a subire questo trattamento.
Nei 18 mesi in cui il Pontefice ebbe una certa libertà relativa, vennero a visitarlo più di 120.000 pellegrini.
Ogni notte, all’una, un drappello di soldati circondava il palazzo, la cattedrale e il giardino, e vi stava tutta la notte, intimando ogni tanto il chi va là e allontanando la gente.
Inoltre, per misura di sicurezza, si tenevano sempre nel Porto due brik armati e una nave da guerra.