S. Caterina d’Alessandria 3.

Dedichiamo ora un po’ di attenzione alla iconografia della Santa martire Caterina d’Alessandria: la carta d’identità che, sempre valida attraverso i secoli, aiuta a riconoscerla nelle varie rappresentazioni artistiche.
Santa Caterina d’Alessandria viene solitamente rappresentata con la corona in testa e vestita di abiti regali per sottolineare la sua origine principesca.
La palma che tiene in mano indica il martirio.
Il libro ricorda la sua sapienza e la sua funzione di protettrice degli studi e di alcune categorie sociali dedite all’insegnamento (insegnanti e Ordini religiosi come i Domenicani e gli Agostiniani).
Infine viene rappresentata con una spada, l’arma che le tolse la vita, e la ruota dentata, lo strumento del martirio, elemento che lega la santa a numerose categorie di arti e mestieri che hanno a che fare con la ruota. Forse è questo l’elemento che unisce santa Caterina ai ceramisti, di cui è protettrice.

E’ bene ricordare che non sempre tutti questi elementi “distintivi” sono rappresentati in ogni raffigurazione della Santa: a volte ne sono presenti alcuni, a volte altri, talvolta (raramente) tutti insieme.
Ciò dipende dalla sensibilità e dall’intenzione dell’autore ma non va neppure esclusa la disponibilità di spazio pittorico e/o scultore che è concesso all’artista dalle richieste di chi gli ha commissionato l’opera. Per dirla in modo molto semplice: se è agevole raffigurare l’abbigliamento e la corona, un ramo di palma e perfino una spada, non altrettanto agevole è raffigurare la ruota dentata che è tipica di Santa Caterina. L’argomento sembra povero ma ha una portata molto realistica che non va mai esclusa dalla storia di un’opera artistica.
Sottolineiamo inoltre che gli elementi distintivi di Caterina sono molti ( e anche un po’ “ingombranti”) per cui non è facile farli convivere tutti in modo armonico nella stessa raffigurazione.

Prima di proporre alcune gradite “sorprese” riguardanti raffigurazioni di Santa Caterina situate nella città di Savona, pubblichiamo l’immagine di un capolavoro di Caravaggio che raffigura la santa martire: qui è dato vedere la presenza imponente della ruota dentata (il simbolo più chiaro per individuare Caterina d’Alessandria); si vede benissimo la grande spada; si coglie senza dubbio la sontuosità regale dell’abbigliamento di Caterina e spicca con altrettanta chiarezza la palma, simbolo del martirio. Però mancano due cose: la corona e il libro. Una cosa è certa: queste due assenze non sono frutto di dimenticanza, ma espressione di una scelta precisa.

S. Caterina d’Alessandria 2.

Diciamo qualcosa circa la devozione a Santa Caterina d’Alessandria.
Le scarse notizie sulla sua vita hanno spesso fatto dubitare della reale esistenza di una Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto.
È identificata, insieme a Santa Margherita d’Antiochia ed all’Arcangelo Michele, come una delle Voci che ispirarono Santa Giovanna d’Arco.
I dubbi sulla sua esistenza storica hanno spinto la Chiesa cattolica ad escludere santa Caterina dal Martirologio Romano dal 1969 al 2002; tuttavia, anche in quel periodo, il Vaticano non proibì il culto della Santa, come dimostrano le tante chiese ad essa dedicate.
Nella diocesi di Savona-Noli a Santa Caterina è intitolata la parrocchia di Stella Gameragna.
Dal 2003 la memoria liturgica è stata ripristinata nella Chiesa cattolica, seppure come memoria facoltativa che si celebra il 25 novembre.

In Italia è patrona di circa 50 tra città e paesi. Per citare alcune località vicine alla nostra zona geografica, basta dire che Santa Caterina è festeggiata anche a Novi Ligure e ad Acqui Terme, pur non essendo la santa patrona delle due località.
Il culto di Caterina è onnipresente in Europa ed ha influito anche sulla letteratura popolare e sul folclore (chi non conosce la canzone/filastrocca nella quale si racconta il martirio della Santa!).
Caterina è anche patrona dello “studio dei legisti” (la moderna Giurisprudenza) dell’Università di Padova e dell’Università di Siena.
La troviamo raffigurata nella basilica romana di San Lorenzo, a Napoli (sec. X-XI) nelle catacombe di San Gennaro, e più tardi in molte parti d’Italia, così come in Francia e nell’Europa centro-settentrionale, dove ispira anche poemetti, rappresentazioni sacre e “cantari”.
In Francia, Caterina diviene la patrona degli studenti di teologia e la titolare di molte confraternite femminili; in particolare diventa la protettrice delle apprendiste sarte, che da lei prenderanno il nome destinato a durare a lungo anche in Italia: “Caterinette”.

S. Caterina d’Alessandria 1.

Parlando delle Stazioni quaresimali, abbiamo avuto modo di vendere come questa antichissima esperienza di preghiera abbia sempre avuto un forte e preciso legame con la venerazione dei Santi martiri.
Questo ci offre lo spunto per continuare la nostra “visita” alle statue della Mensa della Cattedrale di Savona, iniziata con San Bernardino, spostando la nostra attenzione su una martire: Santa Caterina d’Alessandria, la cui statua è collocata all’estrema destra della Mensa, per chi guarda.

Chi è Santa Caterina d’Alessandria?

Oltre all’incerta data di nascita (probabilmente 287) e al fatto che fu sottoposta a martirio ad Alessandria d’Egitto nel 305 (circa), della sua vita si sa poco ed è difficile distinguere la realtà storica dalle leggende popolari.
Esistono anche delle fonti scritte, tutte però posteriori di diversi secoli; la più antica è una Passione in greco del VI-VII secolo; poi ci sono un’altra passione dell’XI secolo e la Leggenda Aurea (del beato Jacopo da Varazze), che risale al XIII secolo.
Secondo la tradizione, Caterina è una bella giovane egiziana; la Leggenda Aurea specifica che era figlia di re e istruita fin dall’infanzia nelle arti liberali.

Il martirio
Nel 305 arriva ad Alessandria Massimino Daia, nominato governatore di Egitto e Siria.
Per l’occasione si celebrano feste grandiose, che includono anche il sacrificio di animali alle divinità pagane. Un atto obbligatorio per tutti i sudditi.
Caterina si presenta a palazzo nel bel mezzo dei festeggiamenti. Rifiuta i sacrifici e chiede all’imperatore di riconoscere Gesù Cristo come redentore dell’umanità, argomentando la sua tesi con profondità filosofica.
Il governatore che, secondo la Leggenda Aurea, sarebbe stato colpito sia dalla bellezza che dalla cultura della giovane nobile, convoca un gruppo di intellettuali alessandrini affinché la convincano ad onorare gli dei. Tuttavia, per l’eloquenza di Caterina, non solo non la convertono, ma essi stessi si convertono al Cristianesimo.
Non riuscendo a convincere la giovane a venerare gli dèi, Massimino propone a Caterina il matrimonio. Al rifiuto della giovane, il governatore la condanna a una morte orribile: una grande ruota dentata farà strazio del suo corpo. Ma si verifica un miracolo: lo strumento di tortura si rompe e Massimino è obbligato a far decapitare la Santa, dalla quale sgorga latte, simbolo della sua purezza.
Secondo la leggenda, alcuni angeli porteranno miracolosamente il suo corpo da Alessandria fino al Sinai, dove ancora oggi l’altura vicina a Gebel Musa (Montagna di Mosè) si chiama Gebel Katherin.
Alcuni studiosi ritengono che il racconto leggendario indichi, trasfigurandola, un’effettiva traslazione del corpo sul monte, avvenuta però in epoca successiva.
Dal Gebel Katherin, infine, e in data sconosciuta, le spoglie furono portate nel monastero a lei dedicato, sotto quel monte.

San Bernardino da Siena 4.

Dopo l’opportuna divagazione su San Vincenzo Ferreri, torniamo a dire ancora qualcosa di San Bernardino. Soprattutto per sottolineare che la collocazione di una statua del Santo di fronte alla Mensa della Cattedrale di Savona è motivata non solo dal fatto che Bernardino è un santo francescano (ricordiamo che la Cattedrale di Savona sorge sul sito della chiesa Francescana che fu demolita per dare spazio all’attuale costruzione), ma ancor più dal motivo che San Bernardino passò da Savona nel 1418 e da qui si spinse fino ad Albenga.
Raccogliamo preziose indicazioni in tal senso da un articolo del can. Giovanni Farris (canonico della Cattedrale di Savona) pubblicato nel 2002 (in “Un’isola di devozione a Savona”- AA.VV. – Marco Sabatelli Editore).
Dove San Bernardino abbia predicato in città non è dato sapere. Egli preferiva le piazze. Non aveva un convento fisso dove abitare e si può dire che tutti i conventi erano suoi, perché andava a bussare alla porta del convento dove doveva predicare e ne chiedeva ospitalità.
E’ dunque ragionevole pensare che il Convento di S. Francesco in Savona (adiacente alla chiesa di cui si è detto poco sopra) lo abbia accolto.

Nelle sue prediche più che problemi istituzionali contingenti o grandi problemi, quali la riforma della Chiesa e la funzione dell’Impero, cercò di trattare i temi dell’usura, i costumi, l’onestà nel commercio, la generosità verso i poveri, i valori familiari, il lavoro quale impegno morale, ecc. Anche la passione per il culto del nome di Gesù sarà un modo per accostare il popolo al mistero dell’umanità e della divinità di Cristo e farne il Centro dell’esistenza.
Questo sembrano aver ben capito i Savonesi nel fissare il trigramma sulle sovrapporte delle loro abitazioni. Egli lasciò certamente in città un largo seguito; prova ne è il fatto che nella Chiesa di S. Francesco gli verranno addirittura dedicati due altari.
Un tema bernardiniano che, per Savona, avrebbe costituito in quel momento un particolare significato era la necessità dello studio per un’autentica vita morale e cristiana.
Diceva San Bernardino: “Carissimi fratelli, vogliamo questa quaresima dare addosso a quella che è più contraria alla salute dell’anima che tutte le altre cose nel mondo a cagione di tutte le guerre, di tutte le pestilenze, di tutte le infermità, di tutti i peccati che si fanno e di tutti quanti i mali e danni che seguitano le anime e al corpo. Qual e questa cosa? E’ l’ignoranza”.
E’ infatti vero che in quel momento il Comune di Savona si faceva promotore, con gli Statuti del 1404, di un ordinamento scolastico nettamente improntato secondo un piano umanistico. Tutto questo era forse finalizzato al raggiungimento di una preparazione adeguata per gli affari o come segno di distinzione e di potenza, ma non si può escludere la spinta allo studio per il suo intrinseco valore etico e religioso.
Stretti erano i legami tra la scuola del Comune e quella dei religiosi, essendo quest’ultima più stabile e più costante, per cui presto la lettura dei classici latini ed in particolare di Cicerone, risuona ovunque senza limiti di età e di sesso.
Questa diffusione ebbe come centro d’irradiamento il convento di S. Francesco.
Uomini famosi e di grande prestigio furono educati in questo convento. Fra Francesco della Rovere (il futuro Sisto IV) vi ricevette da Marco Vegerio, Vescovo di Noli, i primi rudimenti di grammatica e vi acquistò quello stile elegante ciceroniano col quale incanterà le assemblee dei dotti.
Sotto la sua guida il savonese Lorenzo Guglielmo Traversagni (frate francescano e studioso umanista) trascorse un lungo ed entusiasmante tirocinio di formazione.

San Bernardino, dunque, come in genere i grandi predicatori francescani (e non solo), porta nella nostra città la ricchezza dei valori spirituali del Vangelo, collocandoli nel cuore della vita sociale del suo tempo; cosa che fece, pochi secoli prima, anche a S. Antonio da Padova che, proprio a Padova, sostenne una dura lotta contro gli usurai che umiliavano e rovinavano la vita di molte famiglie.

San Vincenzo Ferreri 3.

Ed eccoci alla sorpresa annunciata.
Nel cuore di Savona, in via Mistrangelo, nella bellissima chiesa di San Domenico, collocata sopra il secondo altare a destra, c’è una tela opera di Giovanni Agostino Ratti (Savona, 1699 – Genova, 1775) che rappresenta un miracolo di San Vincenzo Ferreri.
Si tratta del famoso miracolo del muratore salvato da San Vincenzo.
Ecco, in breve, la narrazione dell’episodio raffigurato nel dipinto.
Avendogli il priore proibito di fare miracoli, perché a suo giudizio ne faceva troppi, Vincenzo cominciò a “contenersi”.
Un giorno passò da una via e vide un uomo che cadeva da una alta impalcatura. Subito intercedette per lui e l’uomo fu fermato per aria. Ma Vincenzo sapeva di non poter compiere miracoli così lo lasciò lì sospeso e con profonda umiltà andò a chiedere al Priore di poter intercedere affinché l’uomo fosse completamente salvo. Giunto sul luogo, il priore incredulo, riconobbe la Santità di Vincenzo e gli consentì di salvare l’uomo.
Degli elementi tipici dell’iconografia vincenziana, troviamo la fiammella che è posta sopra il capo di San Vincenzo; ovviamente anche il suo abbigliamento da frate domenicano.
La scena viene ritratta dal Ratti con una vivacità quasi teatrale: lo scambio di sguardi tra Vincenzo ed il suo superiore; le mani del frate tese ad indicare il muratore che cade dall’impalcatura e la folla angosciata dei presenti; il muratore ritratto con grande plasticità ed efficacia dinamica, mentre cade e resta sospeso nel vuoto.

Al di là di questo episodio, che mette in evidenza la potenza della preghiera d’intercessione di Vincenzo e (ancor più importante) la sua capacità di obbedienza al suo superiore e quindi, attraverso esso, a Gesù Cristo e alla Sua Chiesa, c’è da sottolineare che San Vincenzo Ferreri passò anche da Savona e dintorni, dove esercitò il suo ministero di predicatore.
Nella tradizione popolare antica è dato cogliere un aspetto molto curioso: si diceva e si tramandava che quando frate Vincenzo predicava sulla collina della Madonna del monte (nell’immediato entroterra di Savona), la gente lo sentiva fin dal fondo valle (in località Valleggia) e accorreva da lui per ascoltarlo.
Oggi, a testimonianza di questo passaggio savonese del Santo, Savona conserva questa tela del Ratti nella chiesa che appartenne ai Domenicani (con annesso convento) e che continua ad essere chiamata chiesa di San Domenico, pur essendo, dal XIX secolo, sede della Parrocchia intitolata a San Giovanni Battista.
Potenza della tradizione e soprattutto del ricordo riconoscente tributato ad una realtà (l’Ordine Domenicano) che lasciò in città un segno indelebile.

San Vincenzo Ferreri 2.

Diamo uno sguardo all’iconografia di San Vincenzo Ferreri: questo ci aiuterà a scoprire tra poco la sorpresa cui abbiamo fatto riferimento nell’articolo precedente.

Il culto di San Vincenzo Ferreri ha ispirato molti artisti, alcuni meno noti se non addirittura sconosciuti, altri invece di spessore come il pittore Spagnolo Diego Velasquez di cui si conserva una grandiosa Tela nella Chiesa di S. Domenico a Palermo o come Giovanni Bellini (detto il Giambellino) autore del Polittico custodito a Venezia nella Chiesa di San Giovanni e San Paolo. Tele, statue, affreschi e reliquiari arricchiscono le chiese di tutta l’Europa occidentale, naturalmente la maggior parte di queste opere è presente in chiese rette dai padri Domenicani, Ordine di cui faceva parte San Vincenzo.
Il Santo predicatore e taumaturgo domenicano, gode di un culto diffusissimo e la sua iconografia è tra le più varie. Infatti, essendo molti i luoghi in cui è venerato e innumerevoli le grazie elargite, viene rappresentato spesso con attributi iconografici insoliti.
Tuttavia, l’iconografia tradizionale vuole che sia rappresentato in abiti domenicani (tunica beige e mantello nero), abbia la tonsura e un braccio alzato che indica l’alto.
In genere, una fiammella spicca sul suo capo, un paio d’ali stanno alle sue spalle, un angelo suona una tromba, porta un cartiglio con il motto “timete Deum, quia venit hora judicii eum” (“Temete Dio, poiché viene l’ora del Suo giudizio”) o un libro.

A cosa rimanda questa simbologia così ricca?
L’abito domenicano, è ovvio, all’ordine religioso di appartenenza, i figli di San Domenico.
Il braccio alzato e il dito verso l’alto hanno due significati: il primo rimanda al famoso miracolo del muratore (di cui parleremo in un altro articolo); il secondo vuole ricordare che una è la Vera Vita e che tutte le grazie elargite provengano da lassù e non dal povero frate predicatore.
Vincenzo era solito dire: «Io sono un servo inutile e un povero religioso: tutta la mia vita non è che fetore, io non sono che corruzione nel corpo e nell’anima ».
La fiammella, oltre ad indicare lo spirito Santo che lo illuminava, ricorda il miracolo delle lingue. Vincenzo, infatti, fu un fervente predicatore, ma anche se parlava in spagnolo tutti lo comprendevano benissimo (come appunto gli Apostoli nel giorno della Pentecoste).
Il paio d’ali ricorda sempre le prediche infervorate di Vincenzo, che lo facevano sembrare quasi l’Angelo dell’Apocalisse, e la sua immensa bontà, simile a quella come di un Serafino.

San Vincenzo Ferreri 1.

Parlando di San Bernardino, abbiamo scoperto che il santo francescano (straordinario predicatore) era a sua volta rimasto molto colpito e affascinato dalla predicazione di San Vincenzo Ferreri, domenicano, che incontrò ad Alessandria.
Ci sembra interessante compiere una breve divagazione per dire qualcosa a riguardo di questo Santo domenicano, che fu un grande ed instancabile predicatore: uomo di particolare ricchezza intellettuale e spirituale nonché (anche lui) grande trascinatore di folle.
Grazie a questa divagazione agiografica avremo una gradita sorpresa quando scopriremo che, in un certo senso,  ci sono tracce di San Vincenzo Ferreri nella nostra Savona.

Ma procediamo con ordine, partendo da alcune note biografiche.
Vincenzo nacque il 23 gennaio del 1350 a Valenza da Guglielmo Ferrer e da Costanza Miguel.
Entrò nell’Ordine domenicano a Valenza il 5 febbraio 1367, all’età di 17 anni.
Dotato di straordinaria genialità, studiò logica a Valencia e Barcellona e filosofia a Lerida.
Nel 1371 (ventunenne) insegnava già logica a Barcellona. Qui continuò gli studi di teologia, perfezionandoli a Tolosa e Parigi.

Vincenzo viaggiò molto.
Il periodo che va tra il 1399 ed il 1412 è contrassegnato da intensa predicazione per tutta l’Europa occidentale. Tra le Valli delle Alpi, la Savoia ed il Piemonte predicò avendo di mira anche gli eretici (catari e valdesi).
Dalla Svizzera rientrò in Francia, seguito da una marea di “disciplinanti” o “flagellanti”: il che già di per sé rende bene l’idea di come la predicazione di Vincenzo fosse trascinante.
Ricordiamo che “flagellanti” e “disciplinanti” erano persone che, secondo una prassi molto diffusa e che durò per secoli, usavano praticare penitenze corporali flagellandosi. (Di questa prassi penitenziale abbiamo notizia, per esempio, anche relativamente alla nostra zona del Savonese nel 1536, anno dell’apparizione della Madre di Misericordia in località San Bernardo in Valle).
Con eccezionale mobilità Vincenzo passava dalla Liguria alla Lombardia, dalla Francia al Belgio e nuovamente all’Andalusia.
In uno dei suoi passaggi da Valencia fu tra i fondatori dell’università della città nonché di un collegio per orfanelli.

Nel 1403 Vincenzo scrive una lettera al maestro generale Giovanni Puinoix (il Superiore generale dell’Ordine domenicano), nella quale descrive l’intensità, la vivacità e l’efficacia della sua attività di predicatore. Ne riportiamo alcuni passaggi.

Reverendissimo Padre e Maestro,
(…)Da quando ho lasciato Romans fino ad oggi, dovetti predicare tutti i giorni al popolo, che accorre da ogni parte; spesso ho dovuto predicare due e perfino tre volte al giorno, oltre a celebrare e cantare solennemente la Messa.
(…) Dopo aver lasciato Romans ed essermi da lei separato l’ultima volta, ho predicato tre mesi interi nel Delfinato, annunziando il regno di Dio nelle città e nei villaggi, dove non ero ancora andato.
(…) In seguito, invitato e richiesto da una folla di gente, sia a viva voce sia per iscritto, mi sono recato in Piemonte e Lombardia, dove ho predicato continuamente, durante un anno e un mese, in tutte le città, in tutti i borghi e villaggi (…) e son pure penetrato nel Monferrato, pregato dal principe che lo governa e dai suoi sudditi.
In quelle contrade situate oltr’Alpe vi trovai molte valli piene d’eretici, di Valdesi o di catari perversi, soprattutto nella diocesi di Torino, che ho percorso.
Visitai una per una queste popolazioni, ovunque predicando la fede e le verità della dottrina cattolica e combattendo gli errori: per misericordia di Dio, esse hanno ricevuto con molto fervore, con grande sentimento di pietà e di profondo rispetto, la verità della fede, aiutandomi il Signore con la sua grazia e confermando con miracoli le mie parole.
Ho notato che la causa principale degli errori e delle eresie era la mancanza di predicazione e l’ho appreso dagli stessi abitanti; da ben trent’anni nessuno aveva loro predicato, all’infuori di qualche eretico valdese, che da Apulea veniva due volte l’anno a disseminarvi la zizzania dell’errore.
Da questo appare, Reverendissimo Maestro Generale, quant’è grande la colpa dei prelati e degli altri sacerdoti, che, obbligati dalla loro professione e dalle loro cariche a predicare a queste popolazioni, preferiscono starsene nelle grandi città a riposarsi in belle camere e a circondarsi di divertimenti! E così le anime, che Gesù ha voluto salvare con la sua morte, periscono miseramente per colpa dei sacerdoti.
(…) Dopo essermi trattenuto tredici interi mesi nella Lombardia, sono entrato, cinque mesi or sono, nella Savoia.
(…) Al presente mi trovo nella diocesi di Ginevra.
(…) Il Vescovo di Losanna ha fatto due o tre giornate di cammino per venire da me, e umilmente e di tutto cuore mi ha pregato di visitare la sua diocesi, in cui vi sono molte città eretiche, sparse sulla frontiera di Germania e di Savoia: e io glielo promisi.

Ma cosa predicava Vincenzo?
Vincenzo predicava che la fine del mondo era prossima e che l’anticristo stava per nascere, se non era già nato.
Si dedicò alla riforma dei costumi, la lotta all’eresia e a missioni diplomatiche per ricomporre la pace fra nazioni in guerra.
Per tutto il 1417 predicò in Francia, e l’anno seguente volle incontrare personalmente i protagonisti della Guerra dei Cent’anni, andando persino a Caen per parlare col re d’Inghilterra.

Vincenzo soffriva molto per lo scisma d’Occidente e si adoperò molto per estinguerlo e per far convocare un Concilio generale a questo scopo: Concilio che fu poi convocato nel 1417, a Costanza, e nel quale venne eletto Papa, con unanime consenso, Martino V.
Nel 1419 aveva cominciato a predicare la quaresima a Vannes, ma la morte lo colse il 5 aprile.
Grande fu la popolarità del Santo sin dalla sua sepoltura, quando già si parlò di miracoli e prodigi. Beatificato il 29 giugno 1455 da Callisto III, fu canonizzato da Pio II il 1 ottobre 1458.

IHS: il trigramma di S. Bernardino

Da acuto psicologo della comunicazione quale si è rivelato, San Bernardino studiò un modo semplice ed efficace per far sì che la sua predicazione non venisse dimenticata facilmente: egli la sintetizzò nella devozione al Nome di Gesù.
Per fare questo inventò un simbolo dai colori vivaci (oggi diremmo un “logo”), che veniva collocato in tutti i locali pubblici e privati, sostituendo blasoni e stemmi delle famiglie e delle varie corporazioni spesso in lotta tra loro.
Il “trigramma” del nome di Gesù divenne così un emblema celebre e diffuso in ogni luogo in cui Bernardino e i suoi discepoli avevano predicato e soggiornato.
Particolare evidenza ha l’enorme e imponente trigramma che campeggia sulla facciata del Palazzo Pubblico di Siena.
A volte il trigramma spiccava sugli stendardi che precedevano Bernardino, quando arrivava in una nuova città per predicare.
Figurava inoltre sulle tavolette di legno che il Santo appoggiava sull’altare dove celebrava la Messa, prima dell’attesa omelia. Poi, in chiusura della Messa, con la tavoletta benediceva i fedeli.

Il trigramma fu disegnato da Bernardino stesso e per questa ragione è considerato patrono dei pubblicitari.
Il simbolo consiste in un sole raggiante in campo azzurro; nel centro del sole vi sono le lettere IHS che sono le prime tre del nome Gesù in greco. Ma si sono date anche altre spiegazioni, come l’abbreviazione di “In Hoc Signo (vinces)”, il motto di Costantino; oppure di “Iesus Hominum Salvator”.
Ad ogni elemento del simbolo, Bernardino applicò un significato; il sole centrale è chiara allusione a Cristo che dà la vita come fa il sole e suggerisce l’idea dell’irradiarsi della Carità.
Il calore del sole è diffuso dai raggi, ed ecco allora i dodici raggi serpeggianti cioè i dodici Apostoli.
Bernardino allungò anche l’asta sinistra dell’H, tagliandola in alto per farne una croce, in alcuni casi la croce è poggiata sulla linea mediana dell’H.
Tutto il simbolo è circondato da una cerchia esterna con le parole in latino tratte dalla Lettera ai Filippesi di San Paolo: “Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, sia degli esseri celesti, che dei terrestri e degli inferi”.

Il trigramma ebbe un gran successo, diffondendosi in tutta Europa. Anche Santa Giovanna d’Arco volle ricamarlo sul suo stendardo e più tardi fu adottato anche dai Gesuiti.
Diceva s. Bernardino: “Questa è mia intenzione, di rinnovare e chiarificare il nome di Gesù, come fu nella primitiva Chiesa”, spiegando che, mentre la croce evocava la Passione di Cristo, il suo nome rammentava ogni aspetto della sua vita, la povertà del presepio, la modesta bottega di falegname, la penitenza nel deserto, i miracoli della carità divina, la sofferenza sul Calvario, il trionfo della Resurrezione e dell’Ascensione.
La novità introdotta da San Bernardino fu quella di offrire, come oggetto di devozione, le iniziali del nome di Gesù, attorniato da efficaci simbolismi, secondo il gusto dell’epoca, amante di stemmi, armi, simboli.
L’uso del trigramma, tuttavia, gli procurò accuse di eresie e idolatria, specie da parte degli Agostiniani e dei Domenicani.
Bernardino subì ben tre processi, nel 1426, 1431, e 1438, durante i quali poté dimostrare la sua limpida ortodossia, venendo ogni volta assolto con il favore speciale di papa Eugenio IV, che lo definì “il più illustre predicatore e il più irreprensibile maestro, fra tutti quelli che al presente evangelizzano i popoli, in Italia e fuori”.

L’immagine che è qui riportata si riferisce all’opera di Andrea Mantegna (1431- 1506) intitolata “Antonio de Padova e Bernardino da Siena presentano il monogramma di Cristo: affresco del 1452, realizzato su un portale della basilica di S. Antonio di Padova, a Padova.

San Bernardino da Siena 3.

Fa impressione osservare come, nonostante le condizioni di salute spesso critiche, causa di sofferenze e disagi, San Bernardino fosse un instancabile missionario del Vangelo.
Nel 1442, particolarmente provato e sofferente (soffriva di renella, infiammazioni ai reni, emorroidi e dissenteria), rassegnò le sue dimissioni dalla carica di Vicario generale dei conventi dell’Osservanza in Italia: un carico di responsabilità eccessivo per le sue condizioni fisiche.
A 62 anni aveva un aspetto decisamente più vecchio: non aveva più denti (tranne uno), le gote gli si erano incavate. Ma già all’età di 46 anni aveva un aspetto molto emaciato, sofferente, come risulta da un ritratto che gli venne fatto e che è conservato tuttora presso la pinacoteca di Siena. Comunque, tutta l’iconografia di San Bernardino lo ritrae in questo aspetto scarnificato, emaciato (come è dato vedere anche nell’immagine qui pubblicata).
Sgravato da responsabilità di governo all’interno dell’Ordine, Bernardino riprese a predicare, nonostante il cattivo stato di salute.
Si recò a Milano e in Veneto, predicando a Vicenza, Verona, Padova, Venezia, Bologna e Firenze.
Nel 1444 predicò per 40 giorni nella sua natia Massa Marittima.
Quindi tornò a Siena per un breve periodo.
Da qui volle compiere una missione nel Regno di Napoli, dove non era ancora stato. Lo accompagnarono alcuni frati di Siena e toccò il Trasimeno, Perugia, Assisi, Foligno, Spoleto, Rieti.
Giunto in prossimità de L’Aquila il suo fisico cedette.
Il 20 maggio 1444 fu portato in lettiga al convento di San Francesco, dentro la città, e lì morì quel giorno stesso, all’età di 64 anni.

Volle essere deposto sulla nuda terra, come San Francesco d’Assisi.
Dopo morto, il suo corpo esposto alla venerazione degli Aquilani, prodigiosamente grondò sangue e, di fronte a questo fenomeno, i litigiosi abitanti in lotta fra loro ritrovarono la via della pace.
I frati che accompagnavano Bernardino,volevano riportare la salma a Siena, ma gli Aquilani lo impedirono; concessero loro soltanto gli abiti indossati dal frate.
Le spoglie di San Bernardino riposano a L’Aquila (città della quale è compatrono, così come anche di Perugia, di Massa Marittima e di Siena).
Il papa Niccolò V lo proclamò santo il 24 Maggio 1459 (solennità di Pentecoste), sei anni dopo la sua morte.
Una città in California porta il suo nome.
La sua festa si celebra il 20 maggio.

San Bernardino da Siena 2.

San Bernardino fu un grande predicatore popolare: portatore delle ricchezze spirituali più alte attraverso un linguaggio semplice, comprensibile, avvincente e convincente, raggiungibile da tutti gli strati sociali.
Nel 1417 padre Bernardino da Siena fu nominato Vicario della provincia di Toscana e si trasferì a Fiesole, dando un forte impulso alla riforma in atto nell’Ordine Francescano.
Contemporaneamente iniziò la sua straordinaria predicazione per le città italiane, dove si verificava un grande afflusso di fedeli; tutta la cittadinanza partecipava con le autorità in testa e i fedeli affluivano anche dai paesi vicini per ascoltarlo.
Dal 1417 iniziò a Genova la sua predicazione apostolica, allargandola poi a tutta l’Italia del Nord e del Centro.
A Milano espose per la prima volta alla venerazione dei fedeli la tavoletta con il trigramma (IHS).
Predicò incessantemente da Venezia a Belluno, a Ferrara e per tutta la sua Toscana, girando sempre a piedi.
Nel 1427 tenne nella sua Siena un ciclo di sermoni che ci sono pervenuti grazie alla fedele trascrizione di un ascoltatore, che li annotava a modo suo con velocità, senza perdere nemmeno una parola.
Bernardino sceglieva argomenti che potessero interessare i fedeli della città in cui si recava. Era attento a evitare discorsi generici e distanti dalla realtà alla quale si rivolgeva.
La sua predicazione era attenta alle condizioni di vita, ai problemi delle persone alle quali parlava; evitava le formulazioni astruse o troppo elaborate, tipiche dei predicatori scolastici dell’epoca. Per lui il “dire chiaro e breve” non andava disgiunto dal “dire bello”, e per farsi comprendere usava racconti, parabole, aneddoti; canzonando superstizioni, mode, vizi.

Bernardino fu un grande riformatore dell’Ordine francescano.
Nel 1438 il Ministro generale dell’Ordine lo nominò Vicario Generale di tutti i conventi dell’Osservanza in Italia.
Occorre ricordare che i Frati Osservanti costituivano quella parte della famiglia francescana che osservava con maggiore rigore la regola originaria di San Francesco d’Assisi, caratterizzata da particolare austerità e assoluta povertà.
In questo gli Osservanti si contrapponevano ai Frati Conventuali (anch’essi membri della famiglia francescana), che avevano alquanto ammorbidito i rigori della prima Regola.
Un’opposizione, comunque, condotta con discrezione e senza eccessi.
Nella sua opera di riforma, Bernardino portò il numero dei conventi da 20 a 200; proibì ai frati analfabeti o poco istruiti, di confessare e assolvere i penitenti; istituì nel convento di Monteripido presso Perugia, corsi di teologia scolastica e di diritto canonico; s’impegnò a fare rinascere lo spirito della Regola di San Francesco, adattandola alle esigenze dei nuovi tempi.

Rifiutò per tre volte di essere vescovo di diocesi che gli furono offerte.
Quest’ultimo particolare ci aiuta a leggere un particolare che vediamo nella statua di San Bernardino collocata di fronte alla Mensa della Cattedrale di Savona.
Ai piedi del Santo sono collocate tre mitrie vescovili (i copricapi dei vescovi): allusione proprio al fatto che Bernardino rifiutò per tre volte di diventare Vescovo.