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Lettera pastorale 53.

Due dimensioni sono proprie dell’essere cristiano e quindi del vivere un autentico rapporto con Dio: abitare il profondo e abitare il deserto (così ci indica Mons. Vescovo).
Abitare il profondo significa non vivere in superficie; significa non fermarsi all’apparenza (più o meno gradevole) ma penetrare il senso profondo e pieno della realtà.
Ciò vale per ogni esperienza umana: vale per la conoscenza di una persona, di un’opera artistica, di un paesaggio … gli esempi sono infiniti.
Ogni esperienza che viviamo può essere vissuta in modo epidermico, oppure in modo profondo.

Tanto più ciò vale per quanto concerne il rapporto con Dio. Egli vive nel profondo di ogni coscienza e lì si fa incontrare quotidianamente.
Per cogliere e gustare questa presenza è necessario andare nel profondo del nostro cuore e non vivere superficialmente un rapporto fatto di forme esteriori e di qualche emozione religiosa. Di più! Bisogna abitare il profondo, cioè starci stabilmente, metterci la nostra casa, riporvi costantemente ogni nostra attenzione.
Questa abitazione del profondo non è dannosa per le nostre occupazioni e frequentazioni quotidiane: non ci distrae da ciò che dobbiamo vivere e fare, anzi! Più profonda è la nostra abitazione con Dio, più è ricca e luminosa sarà la nostra capacità di comprendere la realtà, le persone, le situazioni.
Più la nostra abitazione è profonda nella comunione con Dio, tanto più sapremo apprezzare la nostra stessa vita e colmare di significato ogni nostra esperienza.

Mi viene in mente un esempio molto povero.
Quando a scuola ci facevano studiare le poesie a memoria (parlo del medioevo!!), al momento in cui dovevamo ripeterle alla maestra o al professore, venivano fuori delle lagne noiosissime, inespressive e insignificanti. Perché?
Non tanto perché non avevamo fatto scuola di dizione, ma perché non capivamo il significato di quelle parole, non le sentivamo nostre e … non ce ne importava niente, né di loro né di chi le aveva scritte! (o almeno, ce ne importava poco).
Un bravo attore, gradevole e convincente è colui che non si limita a studiare a memoria un testo declamandolo con la compostezza di una corretta dizione, bensì è colui che studia il significato del testo, studia l’autore ed il suo pensiero, la sua cultura.
In altre parole: l’attore (“colui che agisce”, non “colui che finge”) è in intimità, in comunione con l’autore del testo che deve recitare; abita con lui nel profondo, si lascia impregnare dal suo pensiero, dalla sua opera, dalla sua vita e la esprime nel modo migliore che la sua sensibilità di professionista gli consente.