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Lettera pastorale 54.

Abitare il deserto è l’altra dimensione della preghiera, alla quale occorre essere educati.
Per la nostra cultura è impensabile abitare il deserto: nessuno avrebbe voglia di vivere nell’isolamento, nella povertà scarna e faticosa del deserto.
Tuttavia l’esperienza del deserto, che in questo testo viene richiamata da Mons. Vescovo, è tutt’altro che scarna e desolante. Mons. Vescovo richiama le parole del profeta Osea (2,16), attraverso il quale il Signore si rivolge al suo popolo con la passione tipica di un uomo che ama la sua donna e vuole portarla con sé, in luogo appartato e solitario, per tenerla tutta per sé; vuole riconquistarla dopo il tradimento attraverso un dialogo intimo, personalissimo, appassionato al quale nessun altro ha il diritto di assistere.
Il deserto diventa sinonimo di intimità, di tranquillità: dimensioni nelle quali trova terreno fertile l’amore appassionato tra gli amanti.
Abitare il deserto, dunque, diventa non solo una cosa sensata ma perfino sensuale e desiderabile, più di qualunque altra esperienza.
Abitare il deserto significa eliminare ogni cosa che non sia l’amore personale tra Dio ed ogni singola persona.

Educare alla preghiera significa educare alla capacità e al piacere di fuggire da ogni distrazione mondana per restare in colloquio intimo e personalissimo con Dio.
Significa educare a ritirarsi nella propria stanza, nel segreto, dove Dio conosce tutti i segreti del nostro cuore e gradisce stare in nostra compagnia.
Impresa non facile in un mondo, come il nostro, dove la confusione, la distrazione, il fragore delle nostre attività ci distrae non solo da Dio ma addirittura da noi stessi.
Non abbiamo mai tempo per noi, tanto siamo presi da infiniti impegni. Figurarsi se troviamo tempo per Dio!
Ma perdendo Lui, perdiamo noi stessi; trascurando Lui trascuriamo noi stessi.