Concretezza

Lettera pastorale 74.

Da questa concezione di “concretezza” della fede scaturisce una particolare definizione/descrizione della libertà individuale: “libertà non è fare ciò che si vuole, ma volere ciò che si fa”.
Ciò significa che l’uomo non è chiamato ad essere preda delle sue passioni, delle sue voglie (fare ciò che si vuole) ma ad essere padrone del proprio agire (volere ciò che si fa), mediante la forza della propria volontà.

A livello terminologico “voglia” e “volontà” sono cose molto diverse: la prima fa riferimento all’istinto, alla passione, al volere immotivato dell’essere e dell’agire; la seconda esprime la vera libertà dell’intelletto umano che, una volta visto dove è il bene, lo persegue con ogni determinazione e con ogni sforzo necessario, desiderandolo.
La linea di confine tra le due cose è molto sottile ma è determinante per distinguere due modi di essere completamente diversi tra loro.

Un esempio molto semplice.
“Io vado a Messa quando mi sento” è un’espressione alquanto ricorrente; indica l’atteggiamento di chi va a Messa quando un impulso emotivo, sentimentale, irragionevole si accende e spinge in quella direzione.
Diversamente fa la persona credente matura: sa che la Messa è un bene altissimo, sa che è necessaria per la sua vita spirituale e quindi, anche a costo di sacrificio e superando la mancanza di voglia o di passione, va a celebrarla ogni domenica.

Soltanto chi sa dominare l’azione con la propria volontà e non soggiogato alle proprie voglie è in grado di mettersi in gioco, di esporsi e quindi di esprimere una fede concreta e costruttiva di bene, per sé e per gli altri.