S. Agostino - di G. Baglione (1575-1664)

S. Agostino d’Ippona 4.

Il vescovo Valerio nel timore che Agostino venisse spostato in altra sede, convinse il popolo e il primate della Numidia, Megalio di Calama, a consacrarlo vescovo coadiutore di Ippona; nel 397 morto Valerio, egli gli successe come titolare.
Dovette lasciare il monastero e intraprendere la sua intensa attività di pastore di anime, che svolse egregiamente, tanto che la sua fama di vescovo illuminato si diffuse in tutte le Chiese Africane.
Nel contempo scriveva le sue numerosissime opere che vanno dalle filosofiche alle apologetiche, dalle dogmatiche alle morali e pastorali, dalle bibliche alle polemiche. Queste ultime riflettono l’intensa e ardente battaglia che Agostino intraprese contro le eresie che funestavano l’unità della Chiesa in quei tempi: il Manicheismo che conosceva bene, il Donatismo sorto ad opera del vescovo Donato e il Pelagianesimo propugnato dal monaco bretone Pelagio.
Del Manicheismo abbiamo già fatto cenno: sua caratteristica portante era la netta contrapposizione tra due principi di bene e di male, di Luce e di Tenebre, indipendenti e contrapposti, che influiscono in ogni aspetto dell’esistenza e della condotta umana.

Il Donatismo prese il nome da Donato (†335), Vescovo di Casae Nigrae.
Sosteneva una “Chiesa dei martiri”, ossia di una Chiesa di uomini perfetti.
Poneva anche restrizioni all’ammissione dei lapsi, cioè di coloro che in seguito alle persecuzioni, in particolare quella di Diocleziano, avevano ceduto, abiurando o consegnando ai pagani i libri sacri.
Fondamento della dottrina donatista era il principio che il Battesimo e l’Ordine Sacro non dovevano considerarsi mezzi di salvezza efficaci in se stessi, ma che la loro efficacia dipendeva dalla dignità di chi li amministra. Rispetto alla Chiesa Cattolica si proponeva così come una Chiesa ristretta di martiri entro cui trovano posto solo i perfetti cristiani.

Il Pelagianesimo, eresia formulata dal monaco Pelagio (IV sec.), insegna che l’uomo è in grado di salvarsi con le proprie sole forze, poiché per natura sua non è tentato dalla concupiscenza. Inoltre rinnega la dottrina del peccato originale come colpa ereditaria nell’uomo.

Agostino fu maestro indiscusso nel confutare queste eresie e i vari movimenti che ad esse si rifacevano; i suoi interventi non solo illuminarono i pastori di anime dell’epoca, ma determinarono anche per il futuro, l’orientamento della teologia cattolica in questo campo.
Nel 429 si ammalò gravemente, mentre Ippona era assediata da tre mesi dai Vandali comandati da Genserico († 477), dopo che avevano portato morte e distruzione dovunque. Agostino ebbe l’impressione della prossima fine del mondo; morì il 28 agosto del 430 a 76 anni.
Il suo corpo sottratto ai Vandali durante l’incendio e la distruzione di Ippona, venne trasportato poi a Cagliari dal vescovo Fulgenzio di Ruspe, verso il 508-517 ca., insieme alle reliquie di altri vescovi africani.
Verso il 725 il suo corpo fu di nuovo traslato a Pavia, nella Chiesa di S. Pietro in Ciel d’Oro, non lontano dai luoghi della sua conversione, ad opera del pio re longobardo Liutprando († 744), che l’aveva riscattato dai saraceni della Sardegna.

L’immagine ritrae il dipinto di G. Baglione (1575-1664) collocata nella 4^ cappella di destra della Cattedrale di Savona.