De Trinitate

S. Agostino d’Ippona 8.

Tornando all’immagine di S. Agostino collocata nella parte frontale della Mensa della Cattedrale di Savona, ci è dato modo di evidenziare un aspetto importantissimo dell’opera del Santo Dottore: la sua prolificità in fatto di produzione letteraria.
L’immensa opera letteraria di Agostino conobbe infatti dei vertici straordinari, che segnarono la cultura per millenni.
Fra i suoi testi più letti e studiati va sicuramente annoverato il “De Trinitate”, un’opera in cui il Santo cerca di comprendere il mistero che avvolge le tre persone divine.
Agostino è stato il primo teologo latino ad avere affrontato in maniera rigorosa e sistematica il tema della Trinità, di natura squisitamente teologica e pertanto particolarmente astratto.

Il “De Trinitate” prende le mosse polemizzando con gli ariani, gli eunomiani e i sabelliani.
Gli Ariani sostenevano che la natura divina del Figlio fosse sostanzialmente inferiore a quella di Dio e che, pertanto, vi fu un tempo in cui il Verbo di Dio non era esistito e che dunque esso fosse stato soltanto creato in seguito.
Gli Eunomiani o Anomei furono una corrente teologica dell’Arianesimo creatasi a seguito del Concilio di Nicea e fiorita nel IV secolo; credevano nelle opinioni di Ario, così come le aveva formulate originariamente.
I Sabelliani o Monarchiani erano un movimento teologico fiorito nel II e III secolo. Alla sua base stava l’unità del concetto di Dio che, di conseguenza, comportava la negazione della Trinità e della natura divina di Cristo.
Scopo del trattato di S. Agostino è quello di dimostrare che la Trinità è il solo unico vero Dio in tre persone.

Il “De Trinitate” è un’opera composta da 15 libri ed è considerata il capolavoro dogmatico di S. Agostino; l’opera che sostanzialmente chiuse per sempre tutte le speculazioni e le incertezze che riguardavano il mistero della Trinità, cioè Dio stesso.
Il testo fu iniziato da Agostino nel 399 e completato solo nel 419.
I primi dodici libri dell’opera furono pubblicati ad insaputa dell’autore il quale, essendo sempre solito ricontrollare ciò che aveva scritto per modificarlo meglio e rammaricandosi per il gesto, decise di interrompere la stesura.
Tuttavia Agostino fu persuaso dagli amici monaci a continuare la stesura dell’opera perché nel pubblico aveva riscosso un notevole successo. Così ai dodici si aggiunsero gli ultimi tre libri.

Ora, la statua raffigurante S. Agostino di cui stiamo parlando, presenta il Santo Dottore che con la mano destra regge il bastone pastorale e con la sinistra regge un libro, sul quale sono effigiati tre volti umani, realizzati in una maniera molto particolare.
Si potrebbe dire, con linguaggio matematico, che questi volti (uno frontale e due di profilo) sono complementari tra loro: il volto centrale, infatti, pur nella sua completezza, sfuma su entrambi i lati per formare gli altri due volti realizzati di profilo (uno rivolto a destra e l’altro a sinistra).
Gli occhi del volto centrale diventano così, contemporaneamente, parti integranti di entrambi i profili: due occhi servono così a rappresentare i sei occhi di tre volti distinti ma uguali.
Una soluzione grafica di particolare e geniale efficacia per rappresentare ciò che è praticamente impossibile rappresentare con gli strumenti dell’arte figurativa: la Trinità delle Persone nell’unicità della sostanza divina.

L’autore anonimo di questa statua marmorea ha quindi inteso trasmettere i caratteri distintivi del Santo: il suo essere Vescovo ed il suo essere Dottore della Chiesa: sintesi efficace e alquanto esplicita, che descrive molto bene la ricchezza e la complessità della figura di S. Agostino.